My tribute to the beautiful Ramona Flower.

Take a look on—-> http://society6.com/paperheartillustration

-Sunday sketch-

-Sunday sketch-

paperheartillustration:

-Give Me a Hug!-
Everybody wants a hug, c’mon!!!

Hug, hug, hug!!!

paperheartillustration:

-Give Me a Hug!-

Everybody wants a hug, c’mon!!!

Hug, hug, hug!!!

Il paradosso dell'ape (La straordinaria bellezza delle cose)

paperheartillustration:

“Tell me I’m not dreamin, but are we out of time?”

BLUR, Out of Time

Faceva caldo, troppo caldo per stare chiusi in casa a mettere la testa in un libro di ingegneria meccanica. Era solo il quindici di giugno, avevo un esame da recuperare, e non poteva fare così caldo, cazzo!

Così decisi…

Letture domenicali.

paperheartillustration:

-Rocket Jellyfish-

Per un buon sabato pomeriggio.

paperheartillustration:

-Rocket Jellyfish-

Per un buon sabato pomeriggio.

Oggi mi sono reso conto che in più di due anni che ho il blog non ho mai messo una mia foto. Ce n’è bisogno? NO!
Per una volta che vengo bene in una foto, non posso condividerla!?
Che poi… che cazzo c’è da ridere..?

Oggi mi sono reso conto che in più di due anni che ho il blog non ho mai messo una mia foto. Ce n’è bisogno? NO!

Per una volta che vengo bene in una foto, non posso condividerla!?

Che poi… che cazzo c’è da ridere..?

-Rocket Jellyfish-

-Rocket Jellyfish-

Il paradosso dell’ape (La straordinaria bellezza delle cose)

“Tell me I’m not dreamin, but are we out of time?”

  BLUR, Out of Time

 

   Faceva caldo, troppo caldo per stare chiusi in casa a mettere la testa in un libro di ingegneria meccanica. Era solo il quindici di giugno, avevo un esame da recuperare, e non poteva fare così caldo, cazzo!

   Così decisi di andare al parco, sempre con ben chiara e definita l’intenzione di studiare. Presi la mia amatissima tracolla grigia Eastpak e ci infilai: due bottigliette d’acqua ghiacciata (rigorosamente frizzante), telo da spiaggia con fantasia imbarazzate, mattone spacca palle di ingegneria, evidenziatori vari multicolor  quasi tutti scarichi, lettore mp3 pieno di buona musica e Il grande Gatsby.

   Ecco qua un grossissimo errore; se già non si ha voglia di studiare, ma si è costretti se non si vuole perdere l’ennesimo esame, forse, e dico forse, portarsi dietro delle alternative allo studio come la musica o un altro libro è proprio una stronzata. Fatto sta che anche dopo averci riflettuto, per circa un secondo, decisi di non lasciarli a casa, anzi.

   Occhiali da sole, cuffie, bici e via verso il parco.

   Si viaggiava bene in bici, una dolce brezza mi accarezzava il viso. Il sole sopra la mia testa pestava come un dannato senza darmi un attimo di tregua.  Sembrava proprio incazzato; un caldo così erano anni che non si vedeva. In breve tempo fecero capolino sulla mia fronte piccole gocce di sudore, brillanti come piccoli e preziosi diamanti. Ma per mia fortuna non ero uno di quei merdosi vampiri di Twilight. Era sudore vero; col palmo della mano destra cercai di asciugarmi alla meno peggio.

   A metà strada incontrai un rumoroso gruppo di bambini che si dava la caccia con pistole ad acqua e gavettoni; in particolare si distingueva dal gruppo un bambino vestito con una maglia rossa e bianca, pantaloncini corti verde slavato e un enorme fucile ad acqua a tre serbatoi. Era grande quasi quanto lui, a stento riusciva a correre e a tenerlo in mano e quando sparava il getto d’acqua che ne scaturiva era un fottuto geyser. Non c’era storia con le minuscole “armi” dei suoi amici. Era il Tony Soprano del gruppo. Non potevano fare altro che scappare. Le risa e le imprecazioni non si sprecavano, sembravano divertirsi.

   In poco tempo quei chiassosi ragazzini erano già un ricordo lontano ed io arrivai al parco. Sudato e con zero voglia di studiare.

   Cercai un prato non troppo affollato e con qualche albero che potesse darmi un filo d’ombra. Chiedevo troppo. C’era gente dappertutto, un incubo pari ad un’apocalisse zombie. Famiglie con un seguito di cento bambini urlanti, anziani inchiodati dalla mattina su ogni panchina esistente, gruppi di teppisti in bici manco fossero sciami di cavallette e poi i peggiori in assoluto… quelli con il tandem quattro posti. La cosa più ingombrante, fastidiosa e inutile che si potesse inventare. Grande come una macchina e rompicoglioni come dieci venditori di rose. Quelli che quando ti vedono vicino ad una ragazza devono per forza piazzarti il maledettissimo fiore. La maggior parte delle volte, la “fortunata” neanche la conosci, ci sei casualmente vicino, ma per loro sei già fidanzato, è la tua donna, vuole una rosa e dovete sposarvi! 

   In tutto questo il sole continuava a non perdonare, sembrava volesse dare fuoco a tutto e tutti. Urgeva assolutamente scolarsi il primo sorso di acqua.

   Dopo una lunga ed estenuate ricerca, successe l’inaspettato. Trovai un prato circondato tutt’intorno da alberi. Proprio questo lo rendeva meno accessibile, quasi nascosto e per pochi eletti. Non era molto grande, sparpagliati in ordine sparso e totalmente casuale al suo interno facevano capolino altri alberi. Il prato  non era curato e risultava più cresciuto che dalle altre parti. Appena vidi che le persone al suo interno erano pochissime, pensai ad una vera e propria benedizione. Si potevano contare sulle dita di una mano sola. Eravamo dei privilegiati, un gruppo di eletti degni di quest’angolo di paradiso. Lontani da quei dannati e sfortunati che si accalcavano nel resto del parco. Fu un pensiero stupido lo so, ma lecito.

   Scrutai tutto il campo attentamente cercando un posto dove potermi sdraiare e finalmente mettere anima e corpo nello studio. All’estrema desta del campo, verso il fondo, c’erano tre persone: due ragazzi e una ragazza. Non li vedevo bene, ma sembravano intenti ad una concitatissima partita a carte. Ogni tanto si levavano urla di vittoria seguite da colorite imprecazioni. Avevano anche uno stereo, il volume non era alto e non dava per niente fastidio. Alla mia sinistra se ne stava zitto, zitto un gamberetto… ‘sto tipo era di un colore assurdo: arancione fosforescente metallizzato. Sdraiato, immobile, petto nudo e costume a mutandina. Aveva su così tanta crema (non saprei dire se abbronzante o protettiva) che brillava più di una lampada alogena da 500 wat. Imbarazzante.

   Notai, circa nel mezzo del campo, un albero libero, decisi che quello sarebbe stato un ottimo posto dove mettersi. Appoggiai la bici a terra, stesi con un gesto molto frettoloso il telo e mi ci buttati sopra senza troppo pensarci su. L’ombra generata dall’albero era perfetta, dava quel piccolo tocco di freschezza che ti salva la vita in giornate come questa. Tutto il campo era disseminato di piccoli fiori viola e bianchi (molto simili a margherite). Trasportata dal vento ogni tanto faceva capolino una fragranza delicata; non saprei dire a cosa assomigliasse, solo che era dolce e piacevole.

   Non troppo distante, a circa dieci metri da me, c’era un altro albero. Era più piccolo e con una forma strana, il fusto nodoso andava su storto e irregolare. A suo modo diverso dagli altri alberi e allo stesso tempo più particolare e affascinante. Me ne stavo li a guardarlo (in tutto questo il libro ingegneria se ne stava ancora chiuso ben bene nella tracolla) quando mi accorsi che alla base, proprio sopra alle radici sporgenti, c’era appoggiata una borsa.

   Una di quelle borse grandi da spiaggia, di stoffa colorata, addobbata con fantasie estive come il sole, il mare, i gabbiani e i mai abbastanza abusati cuoricini rossi (tutte idee originalissime).

   Mi accorsi, con un’occhiata più attenta, che dal prato sbucavano due gambe accavallate. La gamba destra, appoggiata, ondeggiava dolcemente, quasi seguisse una musica silenziosa.

   Non erano per niente male: sinuose e sensuali. Sulla punta del piede, un’infradito sempre in procinto di cadere, barcollava colpendo ritmicamente il tallone. La curiosità stava prendendo il sopravvento; anche spostando la mia testa non riuscivo a vedere bene il resto del corpo. L’erba alta e la sua posizione mi rendevano impossibile distinguerla bene; per vederla meglio mi sarei dovuto alzare e avvicinarmi di più, però mi avrebbe preso per un guardone o peggio.

   Dovevo trovare una soluzione e temporeggiare. L’idea di studiare era ormai un lontano ricordo; sfilai dalla tracolla Il Grande Gatsby, mi appoggia con la schiena al fusto dell’albero e ripresi la lettura dal punto in cui l’avevo lasciato. Non molto comodo ma come sistemazione momentanea poteva andare bene. Mi mancava poco alla conclusione del libro, e ammetto che la cosa non mi entusiasmava più di tanto, anzi. Non l’avevo ancora ultimato e già amavo quel libro, amavo quei personaggi così vivi ma allo stesso tempo surreali e fuori dal tempo, amavo ogni singola descrizione di quei tempi così dorati ma decadenti, amavo Daisy tanto quanto l’amava colui che dava il titolo al libro e amavo Gatsby per come amava Daisy fino a donare tutta la sua esistenza a questa donna. La ricerca di un sentimento e di una felicità che solo lui conosceva e comprendeva, che solo lei poteva donargli. Non avevo idea di come il libro finisse, non riuscivo a immaginarlo, ma in cuor mio sapevo che Fitzgerald non mi avrebbe deluso. Stavo leggendo la miglior storia d’amore di sempre. No, stavo leggendo la miglior storia sulla ricerca dell’amore, come non ne esistono nella vita reale.

   Assorto nella lettura, ogni tanto alzavo gli occhi verso le “mie” gambe preferite, speravo che la ragazza si alzasse mostrandosi finalmente in tutto il suo splendore. Ancora niente. Più il tempo passava più la paura di una delusione cocente si faceva strada tra i miei pensieri. Intanto nel libro mi trovai ad un passaggio, che diventò immediatamente il mio preferito di tutta la storia, molto toccante. Nick per la prima e unica volta in tutto il racconto diceva a Gatsby quello che pensava di lui e lo faceva con parole semplici ma allo stesso tempo piene di significato e affetto: «Tu da solo vali più di tutti loro messi insieme.» Per qualche secondo ebbi la pelle d’oca e mi dimenticai della ragazza misteriosa.

   In quel preciso momento una piccola ape paffuta fece capolino sul libro, appoggiandosi sul lato sinistro, cominciò a zampettare su tutta la pagina.

   Cercai in tutti i modi di mandarla via senza farla incazzare, facile a dirsi. Avevo una paura fottuta delle api, così piccole ma così stronze. Vi ha mai punto una di queste bastarde? A me sì e fa un male assurdo; volevo passare volentieri il mio turno questa volta se era possibile. Fortunatamente senza neanche aver dovuto usare molta insistenza decise di volare verso lidi migliori. Almeno così credevo. Ronzava sempre a pochi centimetri da me, esaminando tutti i fiori della zona, non gliene sfuggiva neanche uno. Per l’ennesima volta mi distrassi da quello che stavo facendo, l’ape era diventata il mio nuovo passatempo. Chiusi il libro e continuai a guardare incuriosito lo strano viaggio di quel piccolo esserino; qualche volta tornava ad avvicinarsi pericolosamente mettendomi una paura assurda addosso, per poi tornare sempre per la sua strada. I fiori dovevano essere molto più allettanti di me.

   Non le toglievo gli occhi di dosso, la vidi allontanarsi pian piano col suo volo imperfetto e dinoccolato, con le sue traiettorie improvvisate. Quel fiore sì, quello no, quell’altro meglio, questo ancora di più. Un volo acrobatico, fatto di slalom e momentanee pause d’impollinazione. Senza che me ne accorgessi l’ape arrivò in prossimità delle gambe della mia bella e misteriosa ragazza. Si appoggiò qualche centimetro sopra la caviglia della gamba destra, che ancora dondolava.

   Al momento non capì bene quello che stesse succedendo, un piccolo urlo di dolore ruppe il silenzio e la pace di quel posto; pure Mr. Gamberetto si scompose per guardare cosa stesse accadendo. Vidi prima le mani stringere la gamba e poi, come per magia, la vidi apparire in tutta la sua splendida interezza. Capelli biondo cenere, belli e lucenti, le coprivano gran parte del viso; se ne stava piegata stringendo con le mani la gamba proprio dove poco prima la piccola ape zampettava in cerca di succulento polline. Era chiaro che per qualche motivo a me sconosciuto, l’insetto decise di pungere la sventurata ragazza.  Non ci pensai su molto a dirla tutta, mi venne spontaneo alzarmi e correre da lei per chiederle fosse successo e darle aiuto. Con tono un po’ imbarazzato mi uscì un «Ciao, ti sei fatta male? Ti serve una mano, ti ho sentita urlare… e beh, mi è venuto spontaneo venirti a chiedere se… se ti serve qualcosa.» La ragazza alzò il viso e mi guardò dritto negli occhi, con quei suoi occhi grandi color ambra. Cercava di mascherare, con scarsi risultati, l’espressione di dolore. Non c’era solo quella nei suoi occhi ora c’era anche curiosità nei miei confronti.

   «L’ape mi ha punto, cazzo! Quanto fa… male!», si morse il labbro inferiore e abbozzo un poco riuscito timido sorriso.                                                                           

   «Aspetta, ho dell’acqua. La prendo e ne versiamo un po’ sulla puntura», corsi a prendere la bottiglia e in pochi secondi tornai da lei. «Ok, rieccomi. Vediamo la puntura e mettiamoci su un po’ di acqua fresca»; tolse le mani, la parte lesa si stava già gonfiando e tutta intorno era arrossata. «Devo prima toglierti il pungiglione dell’ape, probabilmente sarà ancora conficcato, potrebbe farti un po’ male. Scusami.»                                                                                                                          «Va bene, sopporterò il dolore» strinse i pugni regalandomi un sorriso a denti stretti. Con delicatezza e decisione estrassi il pungiglione, la ragazza emise un quasi impercettibile mugugno di dolore. Un rigolo di sangue uscì dalla ferita colando sulla caviglia; aprii la bottiglietta e versai l’acqua ghiacciata sulla ferita. Sussultò, ma si trattenne, «Fredda, fredda, fredda» accompagnando l’esclamazione con una breve risata.                                                                                                                         «Ecco fatto, ora tieni per circa quindici minuti la bottiglia sulla puntura. Devo aver letto da qualche parte che potrebbe servire ad attenuare il dolore. C’è quella stronzata che dice di metterci sopra le chiavi… o forse era un oggetto d’argento o roba simile. Ma non credo serva a molto.»                                                                 

   «Sì,sì. L’avevo sentito pure io, ma penso vada bene tenerci appoggiata la bottiglia. Grazie… e piacere, Eleonora», mi porse la mano. Contraccambiai con la mia e stringendola risposi «Piacere mio, Simone.»

   Ero a pochi centimetri da lei, finalmente potevo vederla, era bella, ma così bella che stentavo a crederci. Il viso, dio, che viso… occhi color ambra, grandi, vivaci e profondi, il sole vi si rifletteva dentro donandole sfumature che mai avrei immaginato di vedere. Avevo il timore che a guardarli per troppo tempo potessero rubare l’anima. Il naso era perfetto, fine e leggermente all’insù. Di profilo era uno spettacolo.

   Le labbra erano di un rosa acceso, morbide e carnose. Non ne so il motivo,  guardarle mi fece pensare alle fragole.

   Le guance paffute davano il colpo di grazia ad un viso che si chiudeva su un mento piccolo e arrotondato. Minuscole lentiggini, appoggiate come una via lattea in miniatura, la arricchivano marcando il contorno occhi per poi infine disperdersi e morire sulle rosse guance. Non erano tante e non erano invadenti, ma stavano lì svolgendo alla perfezione il proprio compito, come la pennellata finale su un quadro già di per sè perfetto, non servirebbe, andrebbe benissimo com’è, ma nel momento in cui la si stende tutto cambia. E’ la linea di demarcazione che separa un’opera venuta bene da una assolutamente inarrivabile. Cazzo, com’è insoddisfacente la mia descrizione, non le rende per niente giustizia. Se solo poteste vederla, guardarla con i miei occhi. Allora capireste.  

   Indossava una camicia rosa a maniche corte con fantasia floreale; i primi tre bottoni aperti mettevano in mostra le clavicole e una pelle perfetta, molto chiara. Dava come l’impressione che le sue vene fossero attraversate da latte. Si poteva scorgere anche l’inizio degli abbondanti seni, stretti nel dolce abbraccio di un reggiseno ricamato di color turchese. Infine, degli shorts di jeans slavato accompagnavano delle cosce sode e leggermente in carne; ginocchia a punta e caviglie sottili erano la ciliegina sulla torta. Una torta che, mi vergogno un po’ ad ammetterlo, avrei tanto voluto assaggiare.

   Decisi di aver visto abbastanza; mi tolsi gli occhiali e li appoggia sul suo telo rosa (mi rincuorava che non solo il mio telo non fosse il massimo della bellezza).

   Tutt’intorno a lei si poteva sentire un forte e avvolgente odore di vaniglia.

   «Cosa fai qui al parco? Anche tu a prendere il sole?» mi chiese con aria incuriosita.                                                                                          

«Diciamo di sì. Oggi fa un caldo maledetto, a casa non avevo un cazzo da fare, quindi sono venuto qui a finire di leggere un libro. Il Grande Gatsby.» Mentii spudoratamente, non avevo nessuna intenzione di parlare di ingegneria meccanica e altre stronzate simili. Confessò, con voce dispiaciuta, di non averlo mai letto ma di aver visto il film con DiCaprio e che sarebbe molto curiosa di leggere anche il libro.

   Mi accorsi di una cosa che scioccamente prima mi era sfuggita: il suo sorriso. Radioso. Era come l’esplosione di mille soli; e dentro di me il Big Bang. La prima volta che lo vidi (a una mia stupida battuta inerente a DiCaprio e gli Oscar) sentii una stretta alla bocca dello stomaco, per pochi secondi mi mancò il fiato seguita da una sensazione di pace e serenità. Quel sorriso mi riempiva. Sempre. Ogni volta che faceva capolino sul suo viso, tutto si illuminava. Era capace di mettere in ombra il sole. Tra le altre cose, notai che il canino destro era leggermente sporgente, una piccola imperfezione che la rendeva ancora più unica e speciale. Ebbi la sensazione che niente potesse rovinarla, che niente fosse in grado di scalfirne o intaccarne la bellezza. Anche la più piccola imperfezione non faceva nient’altro che amalgamarsi col resto per renderla incredibilmente completa.

   La sua voce era morbida e mielata, la sua risata delicata e timida; capitava anche, di rado, che per coprire una risata più forte si mettesse la mano davanti alla bocca. Quasi a nascondersi e vergognandosi. Privarmi in quel modo di quel sorriso che tanto mi faceva impazzire era un delitto troppo grande e ogni volta di istinto  avrei voluto dirle  “No, non farlo. Fatti vedere in tutta la tua bellezza.” 

   Cristo, che diavolo mi stava succedendo?! Ero diventato quel cazzo di Dawson!?

   «I tuoi occhi… i tuoi occhi sono azzurri. No… no, tendono più al grigio» disse guardandomi dritto nelle palle degli occhi. Con quel suo sguardo intenso e profondo mi mise in soggezione, imbarazzandomi non poco.

   «Ah, sì. Vero, sono grigi. Sei una delle poche che lo nota. Pensa, che certi miei amici non si sono mai accorti del colore dei miei occhi, a volte quando lo dico non ci credono. E’ una vera rottura averli grigi e non azzurri. Invidio quelli che li hanno di quell’azzurro ghiaccio penetrante.»                                                             

   «Non hai niente da invidiare. Penso… che i tuoi occhi siano bellissimi» lo disse piegando un poco la testa a sinistra, senza perdere mai il contatto visivo con me e abbozzando un sorrisetto tra il furbo e l’imbarazzato. Lo ricambiai. Di mio ero già in paradiso.  «Gra… grazie…» senza volerlo abbassai lo sguardo e mi venne spontaneo sfregarmi l’occhio destro. Avevo balbettato… ci mancava solo che diventassi rosso e sarei stato un perfetto imbranato. Cazzo, cazzo, cazzo!  Dovevo fare subito qualcosa per recuperare la situazione e non sembrare un totale imbecille.  «… e dimmi, come va la ferita, ti fa ancora male?» Preferii cambiare argomento. Coniglio.                                                                                                             

   «Un po’, la sento gonfia e pulsa. Non credo sia grave. Posso bere un sorso d’acqua?» Tirò su il braccio che stringeva la bottiglia d’acqua agitandola in modo scherzoso. Annuì con la testa aggiungendo un sicuro e conciso «Ovvio che puoi.» Aprì la bottiglietta con un gesto deciso e se la portò alla bocca facendo un lungo e aggraziato sorso. Dell’acqua le colò dalle labbra, viaggiando giù fino al mento tagliando per il collo e scendendo sempre più in fretta, sempre più veloce. Mi porse la bottiglia, a mia volta ne feci una lunga sorsata.

   Il tempo cominciò a volare, parlammo di tutto e niente. Di cose serie e di cose meno serie. Le parlai di me dei miei sogni e dei miei segreti e lei ricambiò raccontandomi qualcosa di lei. Il più inaspettato dei doni che mi potesse donare. Mi sentii un privilegiato; quasi indegno di tutta questa fiducia e intimità. Nei momenti più di leggerezza ridemmo fino alle lacrime. L’avevo appena conosciuta, eppure la conoscevo da tutta una vita. Come chiusi dentro una grossa e delicata bolla di sapone, perennemente in movimento ma immobili nel tempo; tempo che ci sembrava non esistere più. Tutto quello che ci stava intorno umilmente decise di sparire lasciandoci alla nostra nuova intimità.

   Fluttuavamo nell’aria; simili a foglie portate dal vento, apparentemente intoccabili e inarrestabili, fino a che il vento, crudele, non smette di soffiare e ci si ritrova inevitabilmente a terra, fermi e immobili per sempre. Decretando la fine del viaggio e del sogno.  Capii che la nostra bolla sarebbe potuta scoppiare da un momento all’altro.

   Il tempo, non ci aveva per niente dimenticato, era nostro nemico, troppo veloce e poco clemente nei nostri confronti, deciso in tutto e per tutto a dividerci. Io non potevo permetterlo, non potevo perdere Eleonora.

   Una musica elettronica, forte e acuta, bucò violentemente la bolla. Il vento smise di soffiare e le foglie caddero tutte a terra. Il suono veniva dalla borsa, era una melodia famosa. Con molta probabilità l’avevo sentita in qualche spot pubblicitario, ma proprio il titolo non mi veniva. Eleonora tirò fuori dalla borsa lo smartphone… lo maledii.

   «Simone, scusami un attimo… devo rispondere» disse alzandosi di tutta fretta e allontanandosi a passo spedito. Zoppicava, anche se non lo diceva la ferita doveva farle molto male.                                                                                                           

   «No problem. Rispondi pure» mi uscì in tono spavaldo. Spavalderia che mascherava un certo dispiacere per la fine del nostro momento magico. Il sole stava calando e il pomeriggio si stava preparando a cedere il passo alla sera. Il cielo, da azzurro limpido, passò ad un arancione acceso e le nuvole al magenta. Sembrava stesse andando a fuoco.

   «Cazzo, si è fatto tardissimo! Ma quanto abbiamo parlato!?» esclamò con  voce buffa tornando dalla telefonata «Direi che ora devo proprio andare, mi sta venendo anche una certa fame» accompagnò quest’ultima esclamazione con una breve risata.

   «Già, il tempo è proprio volato, adesso che me lo fai notare anche me è venuta una fame allucinante. Per non dire che abbiamo finito tutta l’acqua e ho pure sete. Non mi manca niente!»

   Cominciò a tirare su le sue cose e a infilarle nella borsa. Partì dal telo piegandolo in modo perfetto. Feci lo stesso con le mie di poche cose, che sbrigativamente buttai nella tracolla. Senza badare se metterle bene o male. Erano solo un grosso asciugamano, un libro e due bottiglie d’acqua vuote. Nessuno si sarebbe lamentato.  Ero piegato con le mani dentro il mio Eastpack, cercando il lettore mp3, quando Eleonora mi sbucò alle spalle.                                                                                

«Bene, ho messo via tutto e ora vado. E’ stato un piacere conoscerti Simone» il tono e la cadenza avevano un non so che di sospeso, come se le mancasse qualcosa o si aspettasse che io dicessi qualcosa di importante. Mi guardava dall’altro verso il basso, mentre il sole in fase calante l’illuminava dandole un’aura quasi celestiale. I fluenti capelli biondi brillavano scivolandole dolcemente sul viso coprendole la guancia sinistra; avrei voluto tanto allungare il braccio verso di lei e affondarci le mani. Spostarglieli dietro l’orecchio per poi baciarla.

   L’inquietudine cominciò a serpeggiare dentro di me. Non ero sereno, non volevo che finisse tutto così presto: sarei andato avanti ore a parlare con lei ascoltando all’infinito il suono della sua voce, avrei guardato in profondità in quegli occhi immensi e sognanti per l’eternità e non mi sarei mai stancato di vedere come ogni volta che qualcosa, anche minimamente, la imbarazzava, piegava leggermente il viso verso sinistra, gli occhi puntavano il basso negandosi e con la mano destra si spostava i lunghi capelli biondi dietro l’orecchio, accompagnandoli con un quasi impercettibile sorriso e arrossamento delle guance.

   Così senza pensarci troppo, d’impeto, guardandola dritta negli occhi mi uscì «Ti do il mio numero di telefono, così se vuoi possiamo rivederci… o sentirci tramite messaggi» e senza accorgermene mi sfregai l’occhio sinistro. Il leone aveva già ceduto il passo alla gazzella.                        «Certo! Farebbe piacere anche a me; aggiungimi anche su Facebook se ti va. Scrivimi, mi raccomando» mi dettò il suo numero di telefono ed io il mio.

   Cazzo, non era possibile, non avrei mai creduto in tutta la mia vita che dieci semplici numeri avrebbero potuto farmi così felice. Ero al settimo cielo, una sensazione indescrivibile, avrei voluto saltare, urlare e magari l’avrei anche fatto se Eleonora non fosse stata li a guardarmi. Ci salutammo in modo affettuoso, dandoci tre baci sulla guancia e sfiorandoci con le dita. Lo dico con sincerità: la cosa mi fu del tutto inaspettata e al contempo gradita. Quando si parla di relazioni umane non sono decisamente il primo della classe: non so interpretare per niente i segnali né capire cosa è meglio fare o dire.

   Pedalai così veloce che neanche mi accorsi che in brevissimo tempo ero arrivato a casa, sfrecciai per le strade del mio paese come un fantasma. Feci slalom tra le macchine e i pedoni come se avessi il pilota automatico. Chissà chi era al telefono: una amica, un amico (che magari ci stava provando) o forse il suo ragazzo. Che diritto avevo io di sentirmi geloso o infastidito della presenza di un altro ragazzo? Come potevo essere così arrogante da pretendere di poter entrare così nella sua vita e trovarla libera?                                                                                  

   Non sapevo se scriverle la sera stessa o aspettare un paio di giorni; avrei evitato mi prendesse per uno che sta troppo addosso, o magari avrebbe inteso il mio silenzio come menefreghismo. Ero in preda da troppe paranoie. Alle 23:30 circa, sdraiato sul mio divano e con un film noioso alla tv, le scrissi quello che divenne il primo di una lunga lista di messaggi. Andammo avanti a chattare fino all’alba; mi addormentai sul divano con il cellulare stretto ancora nelle mani. Non ricordo cosa sognai, so solo che mi sveglia di buon umore e con la voglia di cantare.       

   Avevamo deciso di uscire a bere qualcosa la sera stessa, ecco il motivo del inaspettato sorriso stampato sul mio viso. Non se ne andò per tutto il giorno.

   La sera arrivò in fretta, lei era bellissima nel suo vestito estivo: un abito corto, bianco, leggermene svasato, dove all’interno vivevano vari fiori dai molteplici colori (doveva proprio amare le composizioni floreali), chiuso all’altezza della vita da una sottile cintura di pelle color nocciola. Ai piedi portava dei sandali beige con allacciatura frontale e tacco a zeppa, che le davano uno slancio in più. Sul viso una leggero velatura di trucco aggiungeva un qualcosa in più; gli occhi erano messi in risalto da una sottile linea nera e da un ombretto color oro.

   La portai in uno dei miei posti preferiti, un pub su due piani chiamato London Loves. L’arredamento non era per niente inglese, anzi, era molto spartano: tavolini di legno, divanetti e sgabelli. Tutto messo senza una logica stilistica o di design ricercato, però funzionava e il posto era sempre pieno fino a tarda notte. La particolarità stava nelle chitarre e nel pianoforte che qualsiasi persona in qualsiasi momento poteva suonare a piacimento. Le serate finivano tutte sistematicamente con un gruppo unico che cantava canzoni a squarciagola; si partiva dai grandi classici italiani per finire con qualche azzardato pezzo straniero. Tutti uniti dal caldo abbraccio della musica e dell’ alcol. Bevemmo un paio di cocktail, uno shottino e un bicchiere di vino rosso. La ragazza reggeva bene tutto quell’alcol… io no. Uscimmo a prendere una boccata d’aria fresca; cominciava anche lei a sentire gli effetti di quel miscuglio infernale di gradi. Girammo per il centro continuando sempre a chiacchierare del più e del meno, sembrava non mancasse mai un argomento interessante di conversazione.

   La testa mi girava e sentivo i movimenti strani, lenti. Mi accorsi che fin troppo spesso mi toccavo gli occhi, sfregandomeli con le dita. Se ne accorse anche lei «Sei nervoso? Continui a toccarti gli occhi, finirai per cavarteli se continui così! Non c’è davvero motivo di esserlo…» Non finì neanche la frase, mi appoggio una mano sulla guancia accarezzandola e mi baciò. Quella sera ci baciammo contro tutti i muri della città. Le sue labbra erano soffici, proprio come me le ero immaginate e i suoi baci sensuali sapevano di fragola.  Dopo ogni lungo bacio mi dava un piccolo morso al labbro inferiore, quasi a non volersi staccare da me. L’accompagnai a casa tenendole la mano, ci baciammo ancora sotto la finestra di camera sua. Prima di lasciarla andare la abbracciai a lungo, stringendola a me sentendo il suo calore su tutto il mio corpo. La lasciai con la promessa di scriverle appena sveglio. Tornato a casa, crollai sul letto, vestito, con ancora un bel sorriso stampato e il sapore di fragola sulle labbra.

   Aprii gli occhi, il sapore di fragola era sparito ed io mi ritrovai ancora al parco. Tutto era uguale e immutato: i ragazzi che giocava a carte, Mr. Gamberetto, le gambe di “Eleonora” che sbucavano dall’erba e la piccola ape che mi ronzava in torno. I miei occhi erano fissi sul piccolo insetto. Come prima, come in un film già visto, l’ape partì in direzione della ragazza. Ripercorse l’autostrada floreale con tutte le pause dedicate all’impollinazione; le si avvicinò sempre di più. Mancava poco meno di un metro. Ora solo qualche centimetro. Stava per appoggiarsi sulla gamba… ma non lo fece. Virò a sinistra e sparì nell’immenso prato, in cerca di qualche fiore migliore. Era stato tutto un sogno ad occhi aperti.

   Nel mentre, la ragazza stava per alzarsi, e finalmente avrei potuto vederla in viso. Chissà se le promesse sarebbero state mantenute. Non mi interessava, mi voltai di scatto verso l’albero, raccolsi le mie cose, presi la bici e di tutta fretta me ne andai. Non avevo intenzione di vederla.

   “Cos’era Eleonora? Cos’eravamo io e lei insieme?” Ci pensai per tutto il tragitto. Non trovai una vera e propria risposta. Eravamo tutta la bellezza del mondo, tutto l’amore mancato che d’improvviso fa capolino nella vita lasciandoti senza fiato, eravamo la dolcezza inspiegabilmente negata, eravamo come descrivere la tenerezza dandole una forma tangibile, eravamo tutte le commedie romantiche con l’happy ending e tutte le canzoni malinconiche folk. Gli amici ci avrebbero in segreto invidiato; i vecchietti al parco ci avrebbero guardato insieme e gli avremmo ricordato i tempi in cui anche loro rincorrevano amori segreti e sogni impossibili e i writers metropolitani ci avrebbero dedicato dubbie frasi romantiche sgrammaticate. Eravamo questo e molto altro. L’utopia imperfetta. Eravamo il tutto, l’assoluto. In poche parole: la straordinaria bellezza delle cose.

  Tante domande mi ronzavano per la testa. Avrei mai incontrato una persona del genere? Avrei mai vissuto un amore così intenso o addirittura migliore? C’era davvero una “Eleonora” da qualche parte del mondo ad aspettarmi? Non avevo la risposta di neanche una di queste domande; il solo porgermele aveva un non so che di sbagliato. Di mio potevo solo vivere e attendere speranzoso.

   “Forse ho sbagliato a scappare. Se invece di attendere… tornassi al parco? Magari la troverò ancora là a prendere il sole, sdraiata e in mia attesa. Potrei rimanere deluso o peggio ancora potrebbe non esserci. Almeno… per una volta nella mia vita non avrò atteso e basta” e un giorno imprecisato di giugno tornai al parco.

-Samurai Macedonia-

-Samurai Macedonia-

Samurai Macedonia
Work in progress

Samurai Macedonia

Work in progress